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lunedì 16 luglio 2018

"Che cosa vuole il mondo da noi?" (Keep calm, goditi il viaggio e passa il favore)




Curioso. Decisamente curioso come un pensiero possa improvvisamente materializzarsi. È successo circa 3 mesi fa, dopo il mio rientro dall'ennesimo viaggio tailandese. Lì ogni anno vivevo con qualche gatto che decideva di passare tempo con me e Nadia. Ogni volta poi la ripartenza era segnata da qualche senso di colpa legato al dover separarsi da amici birmani e tailandese ed anche dai tanti amici pelosi. Poche settimane dopo il ritorno a casa ricordo di aver detto a Nadia che stavo meditando di prendere un gatto, ma non un gatto qualunque, un gatto che mi sarebbe piaciuto portare in giro con me o che perlomeno mi seguisse in brevi tragitti. Ma era solo un pensiero. Con la vita di corsa che faccio, da quando sono tornata, forse avere un amico a quattro zampe per casa non è proprio il top.

Eppure non so da dove, non so come e nemmeno perchè, è arrivato lui. Lo vedevo gironzolare nei dintorni del quartiere dove abito. Magro, timoroso, inavvicinabile, affamato. Così un giorno, come i tanti soliti altri, ho deciso di dargli una scatoletta di tonno.
Amore a primo boccone. Non verso di me certo, verso il tonno di sicuro.
Da qui ha iniziato a seguirmi fin davanti l'ingresso di casa. Con le sue tempistiche feline molto zen, s'intende. Una volta aperta la porta con molta disinvoltura si è diretto verso le scale, poi sala/cucina, camera da letto, terrazzo ed infine è approdato con un bel balzo sul divano.
Okey. Il gatto si è scelto casa ed umano.
Il problema del "lo tengo o non lo tengo" non mi ha sfiorato nemmeno per un attimo. Per lui era evidentemente scontato, senza possibilità di replica alcuna.
Il dilemma poi del nome. Ma è maschio o è femmina?
Impossibile capirlo vista la quantità di pelo e la confidenza ancora da instaurare.
Butto lo sguardo sul tavolo dove c'è più disordine che altro, e mi soffermo sul titolo del libro del famoso tennista Andre Agassi. Open, il gatto lo chiamo Open.
Poco importa se è maschio o femmina, sta bene in entrabi i casi.
Ed Open sia.

Alla luce di questo incontro non sono divenuta una fervente credente della legge di attrazione che tanto scalpore e tanti bum ha fatto in questi anni. Credo più che altro alla necessità d'incontrarsi e di lasciarsi avvicinare. A come ci siano situazioni inevitabili ed inamovibili da cui è d'obbligo passare. Perchè dietro c'è sempre un insegnamento da cogliere. Perchè sotto c'è un motivo che spesso non è così luminoso, direi più che altro ombroso, ma che volendo si può far emergere. Perchè probabilmente di quell'incontro abbiamo bisogno. Perchè nella vita ogni cosa, ogni situazione, ogni trovarsi, vanno colti ed accolti. Perchè la vita, per quanto la mettiamo sotto sopra ogni 2x3, ha bisogno di significato. Un pò come i famosi treni che passano e che si dice una volta persi non tornano più. Ci credo poco. Credo di più ai treni che passano di continuo, ciascuno con un qualcosa di nuovo e diverso da scoprire. E se si perde pazienza. Non era semplicemente il momento. Ripasserà, prima o poi.
Ecco, con Open sta succedendo proprio questo. Ogni giorno lui scopre qualcosa di me, io scopro qualcosa di lui. Lui insegna qualcosa a me, ed io bhè... lo nutro, lo coccolo e...sì insomma lui comanda più che altro. Ma la compagnia, l'affetto che regala, i pensieri che mi ispira mentre combina qualcosa dentro e fuori casa e le risate che mi strappa sono impagabili.

Da quando c'è Open nella mia vita mi torna spesso in mente il film Un sogno per domani tratto dal libro La formula del cuore di Chaterine Hyde, che si basa su una storia vera.
Nel film Kavin Spacey ricopre il ruolo di un professore di scienze sociali un pò alternativo e che dà compiti in classe altrettanto alternativi.
Tra i vari compiti chiede agli alunni di trovare il loro modo per rendere il mondo migliore attraverso la domanda "cosa vuole il mondo da noi?".
Un ragazzino, Trevor, più alternativo degli altri e dello stesso professore, comprende che solo compiendo azioni buone il mondo può essere un posto migliore e s'inventa il "passa il favore". In sostanza Trevor spiega che

"occorre fare una buona azione per tre persone, una cosa che sia importante per loro, che le sia utile sul serio, a patto che però le tre che ricevono il favore promettano di fare altrettanto per altre tre persone...".

Ora, non serve che per forza si compia una catena così. Forse sarebbe un pò troppo utopistico, soprattutto oggi. Ma nella nostra quotidianità, tra le mura domestiche, nei luoghi di lavoro, a scuola, nello sport, in viaggio è sempre possibile mettere in atto il "passa il favore".

E la vita, le relazioni, gli incontri dovrebbero essere un pò così. O simili.
Chiedersi "che cosa vuole il mondo da noi?" può essere un buon punto di partenza, un ottimo trampolino di lancio.
Una sorta di continuo passa il favore in cui nessuno ci rimette, ma tutti ci guadagnano un qualcosa, quel qualcosa che spesso fa la differenza. E così ci si sceglie per stare insieme ed abbozzare nuovi percorsi di vita, per condividere progetti lavorativi, per confrontarsi su idee e passioni, per farsi quattro sane risate e per qualunque altro motivo si voglia.
Perchè è insieme e attraverso le azioni buone che si cresce. Insieme che si diventa migliori. Insieme che cambiano le prospettive di vita, i pensieri, le parole, i silenzi, le azioni. Insieme che il significato del vivere assume spessore.
Alla fine, insieme è sempre meglio che da soli. In tutti i casi, o quasi.
E come mi fa intendere Open: keep calm and goditi il viaggio (e se passi il favore mi fai un favore)!


Ky


mercoledì 20 giugno 2018

Tutto in uno zaino




Lo zaino è posato nell'angolo, quello di sempre. È fermo lì da metà Marzo. Sta prendendo polvere. Dovrei coprirlo probabilmente. Eppure non mi viene da compiere questo gesto. Forse perchè preferisco darci uno sguardo ogni volta che mi capita di passarci accanto. Forse perchè è una specie di mappa di ricordi, emozioni, incontri, esperienze che ho avuto la fortuna di compiere soprattutto negli ultimi sei anni. E lo zaino da sempre è simbolo del mettersi in viaggio. Che sia per un pic nic fuori porta. Che sia per scalare l'Everest. Che sia per recarsi a scuola. Che sia per partire alla ricerca di significati altri, culture diverse. Che sia per qualunque motivo, lo zaino è una sorta di casa mobile in cui si rinchiudono i propri effetti personali ed in cui spesso si tenta di rinchiudere anche un pò di affetti, che sembrano indispensabili ancore di salvataggio lungo i percorsi così incerti ed imprevedibili del viaggiare. Si parte per l'incerto mettendo sulle spalle un pò di quelle certezze che si crede di possedere. In verità poi strada facendo tutto sfuma, tutto muta, tutto si trasforma. Anche tu cambi. È inevitabile. Conseguenza naturale di chi decide di mettersi in viaggio. I motivi sono i più disparati, ciascuno ha il proprio. La sola certezza è che si viaggia partendo sempre dal sè per poi, si spera, arrivare a quel noi che amplifica i significati del viaggiare.
Ogni volta che si avvicinava il tempo della partenza iniziava la lista delle cose da portare e quella delle cose da lasciare a casa. Confesso che la lista delle cose che ritenevo indispensabili avere con me, era sempre esageratamente lunga. E così ogni giorno mi capitava di aggiungere qualcosa a tutto quello che già era pronto sopra il letto per essere poi infilato nello zaino.
Il primo anno del mio viaggio verso Oriente ho riempito e disfatto lo zaino una infinità di volte. Metti e togli. Togli e metti. Metti e togli. Toglie e metti.
E così perdevo ore di tempo preziose per altri e per altro.
La fortuna è che gli zaini hanno una capienza limitata, oltre la quale non si può proprio andare. E così lungo questi sei anni ho imparato a portare solo il necessario lasciando a casa i vari ed inutili "just in case".
Lo zaino comunque è stato sempre fedele amico, necessario ed indispensabile in molte occasioni. Un amico inanimato certo, ma che ha concesso a me e Nadia di trasportare dall'Italia alla Thailandia parecchi capi di vestiario per i bambini birmani. Grazie allo zaino siamo riuscite a trasportare in scooter centinaia di quaderni e libri di testo per la scuola che sostenevamo. Medicinali e kit di primo soccorso per la gente di un villaggio al confine thai-birmano. Lo zaino mi ha sempre accompagnato anche in quei viaggi non proprio così legali in cui si doveva attraversare il fiume di confine con una barchetta e con la scorta militare per raggiungere la sponda birmana. Viaggi sempre spinti dalla volontà di compiere azioni buone, di portare aiuti concreti. Ed ancora lo zaino mi e ci ha accompagnato in quei viaggi "into the wild" che ogni tanto si riusciva a fare. Zaino che diveniva valigia viaggiante ed anche "appendiabiti" con tanto di mollette per consentire a reggiseni, slip, asciugamani e t-shirt di asciugare. Zaino che mi ha sempre consentito di fare incontri di ogni sorta.
Comunque sia, l'ultima volta che ho fatto lo zaino per la Thailandia ho infilato più libri che vestiti.
Ma questo si impara solo facendone esperienza. Solo mettendosi in viaggio.
E come scriveva Sebastiano Zanolli nel lontano 2012:
"Viaggiare implica novità, novità implica incertezza, incertezza implica rischio, rischio implica pericolo. Pericolo anche di fare i conti con se stessi e le proprie debolezze e l'incapacità di lasciare andare il di più, il conosciuto comodo anche se inutile.
Il viaggio ti chiede di accettare tutto ciò e tutta la gente che incontrerai, di abbandonare molto di ciò che credi di essere, e molti che credevi indispensabili. Altrimenti non servirà andarsene.(...).
Ecco perchè chi viaggia diventa resiliente.
Chi viaggia è capace di vedere l'infinitamente grande in ogni piccolo passo.
Per poi ritornare a casa.
Per poi ripartire".
Non penso di avere smesso di viaggiare. Magari per un pò non metterò lo zaino in spalla, non dovrò fare varie liste pre-partenza, eppure mi sento anche adesso in viaggio, perchè una volta che inizi a viaggiare come una volta che impari a sognare – come cantano i Negrita - poi non smetti più.

Ky



sabato 9 giugno 2018

Adattati, se vuoi ripartire.




A lavoro ieri sera. Nessun "sparecchia la tavola, apparecchia la tavola".
Più che altro a lavoro per lavare i piatti. 
Non i miei. Quelli degli altri.
Che poi poco importa se sono miei o degli altri. Il dato di fatto è che sono sporchi e vanno lavati, tirati a lucido, lasciati asciugare e rimessi lì in pila uno sopra l'altro per il prossimo turno, per la prossima ripartenza.
E mentre toglievo via i residui di sporco più o meno impegnativi, pensavo a come è necessario sapersi adattare in base a quello che scegliamo di vivere, alle esperienze che decidiamo di approfondire.

"Vivere e stare al mondo necessita di progressivi adattamenti,
incompleti, parziali, temporanei"
- Paolo Ragusa -

Adattarsi. Non adeguarsi (che ha il sapore della lamentela, della chiusura, del rifiuto al cambiamento). Adattarsi come fanno le radici degli alberi, che cercano la via migliore nel terreno ma il terreno non è sempre soffice, morbido ed accogliente; quasi sempre ci sono sassi, ostacoli e fatica. 
Eppure c'è sempre una via. Sempre.
Perchè la capacità di adattarsi "nel vivere, nelle relazioni, nella ricerca della felicità" ha come significato la capacità e la presa di coscienza di fare posto anche al limite, agli insuccessi, all'infelicità, alla fatica.
Una tensione continua verso il meglio passando per il difficile, l'incerto, il non soddisfacente.
La sola via per avanzare verso tutti i nostri piccoli e grandi progetti di vita.
Una costante e progressiva costruzione di sogni, desideri, progetti ma anche di accettazione di paure, dolori, solitudini, cicatrici che aiutano a crescere.

Adattarsi significa anche avere la capacità di modificare la rotta del proprio viaggiare, interiore ed esteriore. Avere la capacità di "stare nello scarto che abbiamo scoperto e utilizzarlo come ripartenza", come nuova possibilità creativa.
Come trovarsi tra le mani un piatto bianco, tirato a lucido e pulito che aspetta di nuovo di essere riempito, non solo di belle pietanze da vedere, anche di buon cibo da assaporare.

Ky



lunedì 4 giugno 2018

Strade e fossati.




Credo di aver percorso strade di ogni genere e con diversi mezzi in questi 40 anni.
Strade sterrate. Di montagna. Vie ferrate.
Strade travestite da campi di basket.
Strade larghe, così larghe da non vederne il capo opposto.
Strade strette, talmente strette che a mala pena ci passava il mio corpo.
Strade d'asfalto sotto il sole cocente d'Oriente.
Di terra e fango e con buche profonde da schivare.
D'erba e foglie secche piacevoli da calpestare e far suonare.
Leggevo non so più dove, non so più quanto tempo fa che "tutte le strade portano ad una scuola".
Ed in effetti da sempre si dice che la strada è maestra di vita. Una maestra severa e dura molto spesso, altre più piacevole ed amorevole.
La strada però troppo spesso viene interpretata in modo negativo con espressioni che la rendono un posto da poco di buono: gergo da strada, ragazzi di strada, donne da strada, vita da strada...
come se lì fuori, fuori dalle nostre strade reali o interiori, ci fosse un mondo parallelo che respira e tenta di vivere alla meno peggio.
Eppure tutti prima o poi ci troviamo in mezzo ad una strada.
E forse oggi la crisi è un ottimo specchio di questo.
Letteralmente parlando per alcuni, metaforicamente parlando per altri.

Strada come ultima spiaggia oppure opportunità di incontri, di situazioni che possono succedere, che si possono far accadere.
Strada da percorre, su cui riposare a volte, su cui posare fardelli e lasciare zavorre, su cui poggiare passi e ricerca di significati, su cui cercare fortuna o senso.
Strada. Strade. Di ogni tipo, di ogni dimensione e lunghezza. Strade appena asfaltate e rimesse a nuovo. Altre colme di impefezioni che hanno inciso sul percorso.
Strade su cui far perdere le proprie tracce magari per rigenerarsi o per ritrovarsi.
Strade da cui uscire perchè è tempo di imboccarne altre o di tracciarne nuove.
Partendo da zero.

Strade che sembrano un pò come i fossati, quelli che un tempo proteggevano castelli e ville antiche, quelli che oggi si ritrovano ai lati delle strade, lungo i campi coltivati, lì pronti a donare acqua per irrigare terra e sementi. Fossati che vanno lasciati così come sono. Così con la loro naturale predisposizione a ricevere e donare acqua. Acqua che deve scorrere per far in modo che tutto il fango, la sporcizia che la rende torbida, fluisca il più a sud possibile, lasciando così intravedere quei desideri e quelle speranze che ogni uomo necessita di portare a galla, di mostrare ad altri, a sè stessi.

Strade e fossati. Fossati e strade.
E così solo viaggiando, solo mettendosi per strada si possono incontrare altri come noi.
In cerca di senso.
In cerca di opportunità.
In cerca di altri con cui costruire strade. Insieme.

Così il significato della vita diventa più grande. Sicuramente difficile. Certamente condiviso.
Eppure ne vale la pena. Vale sempre la pena incontrarsi e soffermasi almeno per un pò con i tanti altri che credono nella strada come opportunità e ricerca "delle cose come stanno: quelle cose che consentono ad altre cose di essere più umane, più vere e di avere un senso" (Giuseppe Vico).

Ky



sabato 17 marzo 2018

"Non abbiamo mai perso nessuno, signora" (quando una frase detta con gentilezza diventa spiraglio di luce nei momenti difficili dell'esistenza)




Marco Polo Venezia, aeroporto.
Ieri. Dopo una settimana dal mio rientro da Bangkok, eccomi di nuovo qui.  Con Nadia, mia inseparabile compagna di viaggio, ed un'altra persona.
Nessuna partenza prevista, almeno non per me, noi. Ma la tentazione di fare un biglietto al volo e partire mi ha sfiorata per un istante.
Accompagno quest'altra persona.

Gli aeroporti mi piacciono.
Un pò perchè sanno di internazionalità e multiculturalità. Tutto il mondo o quasi in pochi metri quadrati.
Un pò perchè invitano all'attesa. (A meno che non si sia dei ritardatari cronici).
L'attesa negli aeroporti a volte pare eterna, ma comunque piena di piccoli step da compiere, altrimenti "ciao volo".
Check in, consegna bagaglio stiva, security control, ricerca del gate. Dove cavolo ho messo il passaporto? E così via...
Insomma c'è un pò da darsi da fare, almeno un minimo indispensabile.

Di aeroporti ce ne sono di tutte le dimensioni. Quelli a misura d'uomo in cui, se tra un volo e l'attesa di quello successivo, ci sono troppe ore di scarto ti trovi a fare le "vasche", come essere in una di quelle piazze di un tempo dove i giovani e le giovani in età da marito si trovavano a fare le "vasche" per corteggiare e lasciarsi corteggiare.
In realtà oggi è un pochino diverso. Negli aeroporti si fanno le "vasche" per corteggiare il proprio smarphone.
E poi ci sono quelli immensi, queste megalopoli al coperto, dove non basta una settimana per visitarli tutti. Dove all'interno ci sono shops, pub, supermarket, lodge, massaggi, info point, smoking room, prayer room, pronto intervento e chi più ne ha più ne metta. Giganteschi complessi che, la prima volta che ci metti piede, ti viene da esclamare "oh cavolo, e adesso dove vado?".

Mi sono arrivate alla memoria tutte queste immagini, mentre ero in attesa che la persona finisse il check in. In attesa vicino all'info point della compagnia Emirates.
Qui una signora stava chiedendo info. Il suo primo volo. Scalo a Dubai (gigantesco per chi non ha mai volato prima d'ora). Attesa di molte ore e poi volo verso una destinazione che non ricordo. L'età quella degli -anta. Il suo evidente smarrimento negli occhi tipico "della mia prima volta".
Ed ho apprezzato la voce gentile e lo sguardo dolce della hostess che anche senza parole riusciva a trasmettere senso di protezione e sicurezza a questa donna un pò smarrita.
Credo abbia avuto la prontezza e la capacità di pronunciare quella frase che forse tutti vorremo sentirci dire una volta nella vita "non abbiamo mai perso nessuno, signora".
Una frase così semplice e lineare. Una frase che ha rassicurato anche me che non dovevo partire. Frase che mi ha ricordato l'importanza e la necessità che ogni essere umano ha bisogno di sentire in alcuni momenti difficili o confusi della propria esistenza. Frase che ha saputo farsi quasi compagna di viaggio, invisibile ma presente. Frase che ha il sapore del "prendersi cura", del "non temere, non sei sola", del "tutto andrà bene perchè non abbiamo mai perso nessuno, signora".

Quante volte lungo questi miei 40 anni di vita, ho sentito forte la necessità di un "non abbiamo mai perso nessuno". È vero anche che dentro noi dovremmo avere le risorse necessarie e sufficienti per cavarcela in ogni situazione più o meno complessa. Ma è altrettanto vero che ci sono momenti, istanti e situazioni che avere davanti gli occhi uno sguardo dolce, una voce gentile e rassicurante, quasi come fossero mani delicate che si poggiano sulla nostra spalla...bhè, questo vale più di mille parole gettate al vento tanto per, più di mille messaggi o whatsapp.
Vale tutto l'oro del mondo trovare chi, almeno una volta nella vita, abbia la capacità d'intuire le nostre fatiche, i nostri smarrimenti e di dirci con calma e dolcezza "non abbiamo mai perso nessuno, signora".

E che buon viaggio sia!


domenica 11 marzo 2018

Un viaggio tra anima, gps e ricalcola (in fondo tutto è sempre questione di fiducia)




Home sweet home.
Ha una punta di verità questo modo di dire. Anche di internazionalità.
È proprio dolce ritrovarsi tra le pareti di casa. Guardare oggetti familiari. Ricordi indelebili.
Immagini che sembrano ancora piene di vita.

Ancor più dolce è tornare a casa. Togliersi le scarpe impolverate e più logore, dopo tanto viaggiare. Poggiare lo zaino a terra. E lasciare che gli occhi si riadattino al già conosciuto.
Un ritorno che catapulta, quasi nell'immediato, al prima della partenza. Una sorta di deja vu.
Ma lo zaino (non quello materiale) dell'anima è di certo più ricco. Svuotato di quello che era. Svuotato del di più che non serve a progredire. Riempito del guardare con fiducia al passo successivo da compiere.

Sono ormai a casa da più di 48 ore. Il mio corpo ha davvero ripreso il ritmo forsennato dell'Occidente. E così ho deciso di assecondare queste corse repentine. Assecondano richieste ed inviti. Necessità pseudo urgenti e situazioni superficiali. Come a dimostrazione che sono tornata e non ho dimenticato il come si vive qui. Adeguandomi così, in apparenza, alla realtà familiare. Lasciando per un pò da parte il mio vissuto appena trascorso.

Consapevole che però l'anima è rimasta indietro. Non era nel volo con me e nemmeno in treno verso casa. È ancora indietro. Immagino si stia godendo il viaggio di ritorno. Immagino abbia preso altre rotte per tornare alla home sweet home.

Immagino la mia anima, stare talmente bene dov'era lì in Thailandia, che controvoglia si è ritrovata a dover rifare i bagagli e rimettersi in viaggio. Me la immagino con il suo Gps che, come al solito, non è aggiornato su tutto quello che è accaduto qui, nel frattempo. Gps che, spesso e volentieri, costringe l'anima a mettersi in pausa per lasciar tempo di svolgere l'operazione di ricalcola.

La vita è un continuo percorso fatto da tanti ricalcola. Non solo quelli che servono per ritrovare la destinazione giusta. Ma tutti quei ricalcola che la vita richiede di compiere, perchè siamo umani, imperfetti, in continua evoluzione. E nulla di tutto ciò che viviamo fila quasi mai liscio. C'è sempre un ricalcola da mettere in conto o con cui fare i conti. A volte forse sarebbe meglio seguire più l'istinto e la sensazione dettata dalla pancia e spegnere un pò quel Gps interiore che vorrebbe averla sempre vinta. Forse però questo il nostro corpo non lo comprende.
Ma la nostra anima lo sa bene.

E così, lei, si prende tempo. Rielabora i mesi appena vissuti. Li fa propri. Lascia ciò che ingombra.
Tiene ciò che l'ha fatta evolvere. La cosapevolezza raggiunta è quel "pò di più" che, oggi, fa la differenza. E, lungo il percorso di ritorno, comprende che ogni luogo ha il gusto della home sweet home. Gusto che è dato dagli incontri. Dalle scelte intraprese. Dai sogni realizzati. Dalle parole non dette. Dalle pacche sulle spalle che hanno raccontato più di mille parole. Dai sorrisi colti al volo nei vari incroci dell'esistenza.

Home sweet home, è dove la nostra anima si sente bene. Un bene, che se vogliamo, può essere scovato ovunque (senza per forza fare affidamento al Gps di turno). L'anima. L'anima conosce già la via da seguire. Dipende da noi. È questione di fiducia. Tutto è sempre questione di fiducia.

Ky


martedì 6 marzo 2018

Ed oggi "ho fatto la mia parte?" (quando si danno per scontate le domande essenziali)




Bangkok. Eccomi qui. Ancora una volta. L'ennesima.
Non amo questo luogo. Un pò perchè non ho mai amato le grandi città dove spesso mi sento un pesce fuor d'acqua. Io abitante di un paesino di 700 anime, animali inclusi.
Un pò perchè dopo 4 mesi in mezzo a volti birmani e thailandesi e pochi volti occidentali, qui, a Bangkok mi ritrovo sommersa e circondata da occidentalità.
E ammetto che più passano gli anni più mi sta stretta.
Certo, è il mio punto di vista. Ma per me è una difficoltà da re-imparare a gestire ogni volta da capo. E faccio fatica anche una volta poggiato piede in patria.
Credo non mi abituerò mai a questo cambio totale di prospettiva. Posso però imparare a conviverci.

Ed eccomi qua. 4 mesi alle spalle ricchi di volti, di progetti, di nuovi amici felini.
Mi chiedo se in questo spazio e tempo ho fatto la mia parte.
Credo di sì. Sempre una piccola parte. Ma almeno una goccia in più che si è gettata nell'oceano dell'esistenza.

Mi sovviene una favola africana in cui si narra che durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d'acqua nel becco.
"Cosa credi di fare!" gli chiese il leone. "Vado a spegnere l'incendio" rispose il colibrì.
"Con una goccia d'acqua?" disse il leone con un ghigno di derisione.
E il colibrì, proseguendo il volo, rispose: "Io faccio la mia parte".

Già. Sembra scontato. Ma non lo è mai.
Spesso non ci pensiamo nemmeno a fare la nostra parte. Così presi ad impicciarci delle vite altrui. Cercando pure di essere i consiglieri di turno o di sparare sentenze a zero. E, magari, non abbiamo coraggio di guardare verso noi stessi. Di interrogarci ogni giorno su "qual'è la mia parte?".
Sembra scontato. Ma non lo è mai.
Ci vuole tanto coraggio ad essere quel piccolo colibrì caparbio. È decisamente più facile e comodo essere il leone di turno.
In questo ultimo e breve spazio tailandese, ringrazio chi ogni giorno mi ha mostrato che basta poco, davvero molto poco, per arrivare a fine giornata e dire "IO HO FATTO LA MIA PARTE".

Ky

giovedì 7 dicembre 2017

Attraversare il fiume è sempre la scelta migliore





Non credevo che un viaggio potesse destabilizzare così tanto il mio mondo interiore, avevo la convinzione che un viaggio è solo un viaggio fatto d’incontri, nuove culture, diverse credenze religiose, sapori e gusti nuovi, paesaggi differenti ma davvero 5 anni fa non avrei mai creduto che il mio viaggiare tra Oriente ed Occidente avesse la capacità di darmi una nuova rotta.
Certo, non va solo al viaggio il merito di questa personale evoluzione, quasi un viaggio introspettivo-spirituale da cui, una volta iniziato, non voglio più tornare indietro.
Se ho iniziato questo modo nuovo di viaggiare lo devo a me, al mio sé interiore che finalmente ho scelto di ascoltare ed accogliere e a cui sto dando fiducia passo dopo passo.

Non lo vedo come un cambiamento, e poi questa parola nemmeno mi piace,
credo di più in un altro concetto: la consapevolezza.
Di fondo non si cambia mai così tanto, certo ci si modifica lungo i sentieri che decidiamo di seguire, che scegliamo di tracciare da zero o che decidiamo di non intraprendere, ed il bello non è tanto fare questi percorsi per poter dire “sono cambiata”, “sono una persona nuova”; il bello è poter dire di aver raggiunto una consapevolezza di sé più vera, più profonda, più naturale.
Questo per me è essere consapevoli.

Certo è che, spesso, ci portiamo sulle spalle troppi just in case, troppe zavorre,
troppi problemi -che magari nemmeno sono nostri-, troppi pensieri negativi, e magari aggiungiamoci pure critiche e difficoltà di relazioni interpersonali…
così non si fa molta strada, si resta sempre o quasi sulla sponda destra del fiume senza il coraggio di provare a vedere che opportunità offre la sponda sinistra (destra o sinistra, potete invertire l’ordine se preferite, poco importa).

Il Buddha  a tal proposito racconta una storia che ha come protagonisti un uomo, in cui poterci identificare, ed una zattera, a simboleggiare quello che dovremmo imparare a lasciar andare.

 “Supponiamo, disse, che un uomo sia di fronte ad un grande fiume e deve attraversarlo per raggiungere l’altra riva, ma non c’è una barca per farlo, cosa farà? Taglia alcuni alberi, li lega insieme e costruisce una zattera. “Quindi si siede sulla zattera e usando le mani o aiutandosi con un bastone, si sposta per attraversare il fiume. Una volta raggiunta l’altra sponda cosa fa? Abbandona la zattera perché non ne ha più bisogno.
Quello che non farebbe mai, pensando a quanto gli era stata utile, è caricarla sulle spalle e continuare il viaggio con lei sulla schiena. Allo stesso modo, i miei insegnamenti sono solo un mezzo per raggiungere un fine, sono una zattera che vi trasporterà sull’altra riva. Non sono un obiettivo in sé, ma un mezzo per ottenere l’illuminazione”.

Lo sappiamo a parole che sapersi distaccare da zavorre e pesi sarebbe la cosa migliore per vivere più serenamente, ma poi c’è sempre quel ma che ci fa vacillare, che ci fa perdere entusiasmo, che ci fa un po’ da avvocato del diavolo e spesso è proprio quel ma ad averla vinta su di noi, a farci restare impantanati nelle sabbie mobili delle nostre esistenze fatte di comodità, di oggetti, di lavoro, di relazioni complicate, di schemi convenzionali che spesso uccidono la nostra vera missione in questo pianeta.

Il Buddha spiega con poche righe il racconto:
“La riva sulla quale ci troviamo è il presente, l’esistenza legata all’ego, l’altra riva è quello che aspiriamo ad essere, rappresenta i nostri obiettivi e sogni. La zattera ci aiuta ad attraversare le acque, questa è la sua funzione, ma dopo dobbiamo abbandonarla“.

Sogni, obiettivi, potenzialità, chissà perché sono sempre nell’altra sponda
e costruire la zattera per attraversa il fiume è il solo modo per scoprire davvero chi siamo,
cosa siamo chiamati a fare  e che dono abbiamo da lasciare al mondo.

Certo ci vuole fegato anche solo per decidere di costruire la zattera che potrebbe segnare la svolta nelle nostre piatte esistenze, ma se non ci proviamo allora non abbiamo nemmeno il diritto di lamentarci e di piangerci addosso.
È vero che una volta messa la zattera nel fiume si deve avere la forza di lavorare di braccia per non farsi trascinare a valle dalla corrente spesso troppo impetuosa, eppure è anche vero che è una traversata che vale la pena tentare.
L’altra sponda potrebbe davvero aiutarci a capire qual’è il nostro vero IKIGAI (lo scopo per cui ci si sveglia ogni mattina).
E’un viaggio che vale la pena tentare, magari più volte se alla prima traversata cadiamo in acqua o ci lasciamo trascinare dalla corrente.
Spesso viviamo periodi di buio, non sappiamo in che direzione andare e per paura restiamo fermi dove siamo.

Questi momenti vengono descritti bene da un farse di Fabrizio Caramagna
Quei periodi neri in cui sei come un tronco braccato da ogni onda e sbattuto continuamente sulla riva, finché un giorno vieni finalmente spiaggiato, e le prime parole che ti vengono incontro non ti sbattono più da una parte all’altra e impari di nuovo la mano aperta che ti raccoglie e la spinta che ti rialza”

Il tentativo per me è già un forte segnale di voler lasciar andare il vecchio per dare spazio al nuovo, un  nuovo che sarà di certo differente per ciascuno di noi, ma su cui puntare tutto l’oro del mondo.

Buona traversata!

Ky


martedì 5 dicembre 2017

La via della Ricchezza





Un’idea improvvisa, come una scintilla e
ci si mette all’opera per trovare dei regalini di Natale
per i bebè del reparto maternità della clinica Mae Tao qui a Mae Sot.

Un corri corri per negozi a fare shopping natalizio,
uno shopping che però faccio volentieri visti i destinatari finali.

E conta e riconta quanti guantini e scarpine, che tipo di copertine,
e cerca di spiegare alla commessa tailandese quello che cerchi e ti
ritrovi a fare un mimo improvvisato pur di farti capire e tra un gesto, una parola
mezza inglese mezza veneta e molti sorrisi alla fine ci si comprende
e vediamo materializzarsi quello che cerchiamo.
Ed ora tutte prese, Nadia ed io, a tentare di abbinare i colori o perlomeno
ci proviamo.
E così nel giro di qualche oretta abbiamo tra le mani 20 confezioni dono
per i bebè nati in questi giorni.

Il giorno dopo l’appuntamento al reparto maternità
dove capiamo che è complesso consegnare i 20 pacchetti regalo
perché “come si fa a decidere a chi sì e chi no?”…
Ops!
Non serve molto, giusto uno sguardo tra noi e chiediamo quanti sono i bebè.
35.
Okey! Saltiamo in sella al nostro fedele scooter e in un baleno
ci ritroviamo catapultate nel negozio ad acquistare i regali mancanti.



E la gioia del dare ripaga anche degli intoppi lungo il cammino,
sguardi di donne poco più che adolescenti che a fianco del loro compagno,
facendo da culla con i loro corpi al loro piccolo amore,
ci ringraziano per il dono.



E non ci sono parole,
solo emozioni,
mi trema pure la mano e le foto vengono sfocate
e le inquadrature video mozzate.
Ma chi se ne importa, in fondo il senso non sta nelle foto e nei video e nel ricordo,
ma nell’istante presente,
in quell’attimo in cui realizzi che
“non si può vivere un giorno perfetto senza fare qualcosa per qualcuno che non sarà mai in grado di ripagarti”.
Queste parole sono di un uomo di sport,
un coach di basket, John Robert Wooden.

E non ha importanza se parla di sport,
credo che queste parole valgano per ogni situazione.

Sulla via del ritorno capisco e sento forte che
è proprio bello sentirsi sulla via della Ricchezza,
quella via che ti fa andare via più ricco e felice
di quando sei partito e che ti rende parte di un universo
dove tutto è davvero connesso.



Grazie a Nadia per questa nuova esperienza e per l’allegria e l’impegno che ci mette
nel realizzare questi piccoli progetti e per l'entusiasmo che ha nel coinvolgermi.

Grazie a chi lavora nella clinica e segue con passione e professionalità
queste giovani donne che spesso compiono viaggi di giorni e giorni
per raggiungere dalla Birmania la clinica che si trova in Thailandia e che 
si prende cura delle persone, sfollate a causa di conflitti armati e/o povertà,
indipendentemente dalla loro religione, etnia e status economico.

Grazie ai piccoli volti che senza saperlo, mi hanno fatto il più bel dono di Natale di sempre:
la  meraviglia della Vita!



mercoledì 22 novembre 2017

Che rumore fa la felicità?






Capita a volte di restare dolcemente sorpresi e di vedere trasformata
una giornata simile a mille altre,
in una rivestita di “pace amore e gioia infinita”.

È successo proprio ieri
qui al confine,
a Mae Sot.

E nella testa
e tra i pensieri scorrono come
un piccolo jukebox d’altri tempi
alcune canzoni dei Negrita
che mi aiutano a mettere nero su bianco
le molteplici e colorate emozioni che mi porto addosso.

“il ritorno porta addosso mal di testa e mal d'anima,
nei silenzi ognuno piano fruga dentro di sé.
Porto dentro quei sorrisi, le parole, gli sguardi, i visi
E qualcuno ancora si stupisce del fuoco sacro che ci unisce
Scosse forti dell’anima che nessuno scorderà più!
Che è una cosa rara, che un oceano ci separa
Brindo a voi e a questa vita
Pace amore e GIOIA INFINITA…”.

Già!
Ieri mi sono davvero chiesta
“che rumore fa la felicità”?
E la risposta l’ho trovata in un’altra canzone.

“Insieme, la vita lo sai bene
ti viene come viene, ma brucia nelle vene e viverla insieme
è un brivido è una cura
serenità e paura
coraggio ed avventura,
da vivere insieme, insieme, insieme, insieme”.

INSIEME…
Condividendo attimi di pura bellezza,
insieme a piccoli occhioni sorridenti
e volti luminosi di mamme coraggio
che gioiscono nel vedere la prima carrozzina
per il loro bimbo.
Una carrozzina che non significa solo
maggiore comodità di trasporto
ma anche una quotidianità più dignitosa e semplice
per questi bimbi birmani e le loro famiglie.

INSIEME…
Al professionale e preparato staff di
Burma Children Medical Fund
ed alla fondatrice Kanchana
che ha un’ampia visione del presente e
del futuro per questi piccoli amici.

INSIEME…
Ad altri partners che da vari luoghi
e in vari modi sostengono come noi
di Krio Hirundo Onlus
il progetto “Wheelchairs for Kids”.


Ecco il rumore della felicità:
l’unione, l’essere insieme per uno scopo comune,
uno stato di gioia infinita,
un’interdipendenza naturale
come dovrebbe sempre accadere in ogni contesto.
E capisco come
questa gioia infinita, questa felicità che fa rumore
mi porta ad interrogarmi
e non ci sono parole migliori di
quelle dei Negrita con un altro loro
capolavoro musicale:
Rotolando verso Sud.


“Ogni nome un uomo
ed ogni uomo e' solo quello che
scoprirà inseguendo le distanze dentro se
Quante deviazioni
quali direzioni e quali no?
prima di restare in equilibrio per un po'
Sogno un viaggio morbido,
dentro al mio spirito
e vado via, vado via,
mi vida cosi' sia
Sopra a un'onda stanca che mi tira su
mentre muovo verso Sud
Sopra a un'onda che mi tira su
Rotolando verso Sud
Long way home”.

Già!
Sogno e vivo un viaggio morbido,
un viaggio verso il Sud,
quel Sud che ciascuno di noi rincorre
dentro sé,
e che per attimi infiniti mi fa
ascoltare il rumore della felicità
un rumore che ha il gusto della gioia infinita!
Una gioia infinita che traccia il sentiero
verso la “long way home!”
ovunque essa sia. 

Ky

domenica 12 novembre 2017

No Pain? No Gain!




No pain? No gain!

Quest'espressione mi fa venire in mente la pubblicità dove Clooney dice:
Nespresso? What else?!

No pain? No gain! What else?!
Nessun dolore? Nessun risultato! Che altro?!

Ironia a parte, un fondo di verità c’è in quest’espressione d’oltre oceano.
 
A ben pensare, già quando nasciamo, il parto è doloroso per nostra madre,
e lo è pure per noi che stavamo così bene dentro quel liquido caldo e rassicurante,
e BUM, tutto un tratto sentiamo che qualcosa ci spinge fuori,
quasi a non volerci più tenere in quel posto così bello e confortevole,
sentiamo un dolore così forte che ancora prima di venire alla luce sperimentiamo da vicino il morire.
Che trauma e che male,
trovarsi in un ambiente freddo, tra mani sconosciute che ci sballottano da un posto all’altro,
sentendo suoni sconosciuti
e tutto questo per cosa?
Per venire al mondo e per dare ragione al "no pain, no gain"
in questo caso, pain e gain, visto che siamo, a quanto pare, il più bel “risultato” per i nostri genitori
e che dovremmo essere felici di essere giunti in sto mondo benedetto.
Già lo diceva la Bibbia:
la donna partorirà con dolore e l’uomo si dovrà guadagnare la pagnotta con il sudore della fronte.
Certo che come immagine è poco allettante…
Fatemi tornare dentro la pancia di mamma!!!

In questo mondo nessun risultato si ottiene senza un dolore ed una sofferenza.
È un dato di fatto.

E questo lo troviamo in ogni parte del globo, in ogni cultura, religione, in ogni situazione.
Lo possiamo leggere anche nelle biografie di grandi geni o di imprenditori miliardari, di guide spirituali o di presidenti illustri, di sportivi famosi e di scalatori di 8000 mt, , che certo hanno avuto successo e risultati nelle loro esistenze ma a che prezzo?!
E possiamo trovare lo stesso percorso anche nelle vite più modeste e semplici delle persone che ci vivono accanto quotidianamente.
Ma nessuno è stato ed è immune nell’ottenere successo e risultati se non sperimentando e vivendo il dolore e la fatica.
È che tendenzialmente preferiamo vedere solo i risultati ed i successi raggiunti e non il dolore per ottenere
quei risultati, soprattutto se non ci riguardano in prima persona.

Il NO PAIN NO GAIN è come una frase scritta nel nostro DNA e c’è poco da fare,
va accettata così com’è.

Ma senza il "no pain no gain", probabilmente non sapremmo conoscerci più a fondo,
non sapremmo fin dove arrivano i nostri limiti,
non sapremmo quando arriviamo a toccare il fondo dal quale non si può che salire,
non sapremmo che abbiamo delle potenzialità nascoste ed inesplorate che aspettano solo noi
per manifestarsi,
e non sapremmo un sacco di altre cose.
La lista è lunga, ciascuno ha la propria.

Il "no pain no gain" ci mette di fronte alla vita, quella più concreta e reale,
quella che tutti gli esseri umani si trovano ad attraversare
e questo non può essere che un conforto per non sentirci soli e sperduti nel mondo.

Ma cè anche un vantaggio insito nel "no pain no gain".
Possiamo decidere noi il COME vivere il dolore e il COME vivere il risultato.

Nulla nella vita capita a caso,
questo l’ho capito strada facendo
e ho compreso perché nessuno ti fa trovare il manuale d’istruzioni appena nasci,
sarebbe troppo facile e così si rischierebbe
di non conoscersi profondamente,
di non trovare il nostro scopo nella vita,
di non lasciare il nostro contributo al mondo,
di non far uscire quella creatività che ciascuno di noi ha e che è solo nostra, nessun’altro la possiede.

Già, il troppo easy, non fa per l’essere umano,
tendenzialmente l’animale più dotato ed intelligente per incasinare anche gli affari più semplici dell’esistenza.
Ma così siamo, e così ci dobbiamo sopportare e supportare.

No pain no gain,
pain e gain.

La scelta spetta a me, a te, a noi.

Due strade
Due diverse direzioni.

Il "no pain no gain"
che significa una vita piatta
senza troppi intoppi
comoda e vissuta nella propria zona di comfort,
affondati sul divano della propria esistenza che non ci piace
ma che non  vogliamo cambiare
perché in fondo non desideriamo il dolore,
e preferiamo seguire il dolore ed i risultati degli altri
pigiando il telecomando e sgranocchiando pop corn,
con quell’invidia tipica di chi è più interessato alle vite altrui che
alla propria crescita umana, spirituale e di risultati e successi.

Il  "pain gain"
una scelta piena di cadute, di porte in faccia,
di dita puntate contro,
di pugnalate alle spalle,
di notti insonni e in solitaria,
di amici fatiscenti e invidiosi,
ma che aiutano a forgiare i nostri caratteri, a far emergere i nostri talenti,
quelle potenzialità profonde
che aiutano a fare la differenza nella nostra vita
e portano un concreto contributo nella vita degli altri.

No pain? no gain!
What else?!

A te la scelta.








mercoledì 8 novembre 2017

La mappa non è il territorio



“La mappa non è il territorio”…

Non è che abbia mai ben compreso questo modo di dire.

E forse, a quasi 40 anni, potrei abbozzare un’idea spero plausibile su quello che mi fa pensare questa frase.

È quasi come avere tra le mani una meravigliosa mappa del tesoro con una gigante e rossa X a segnare il punto esatto dove scavare per trovare il forziere zeppo di monete d’oro, per poi, in un momento di lucidità, accorgersi che non ci sono le indicazioni fondamentali per arrivare a quella x rossa, gigante ed invitante…od ancora, per poi rendersi conto che ci sono talmente tante indicazioni e percorsi per arrivare alla x che non si sa da che parte iniziare.

Quest’immagine di X, forziere ed isola
(sì perché di solito il tesoro lo si deve per forza collocare in mezzo ad un’isola dimenticata da Dio)

dicevo che quest’immagine mi fa venire in mente un po’ il rapporto tra due persone
(sono dettagli se le due persone in questione sono amici, colleghi di lavoro, fidanzati, sposati, conviventi ecc.).

E’ come se ciascuna delle due disponesse di una mappa del tesoro, la stessa, identica per filo e per segno, ma poi ognuno la legge a modo suo.

Già proprio un bel grattacapo. Chi ascoltare? Chi dei due ha ragione? Chi azzeccherà il percorso giusto per arrivare alla ricca e rossa x?

Probabilmente entrambi, già, proprio così.

"La mappa non è il territorio" per me sta a significare che per quanto la mia mappa sia super dettagliata e la mappa dell’altra persona, che mi accompagna in questo viaggio, sia in egual modo identica e dettagliata come la mia, inevitabilmente io la leggerò in un modo e l’altra persona a suo modo.
Probabile anche che, per arrivare alla stessa rossa X, io scelga un percorso e l’altra persona un percorso diverso, ma comunque inevitabilmente entrambi arriveremmo alla stessa rossa X anche se forse in tempi diversi.

Il “come” percepisco la realtà, è tutto qui il mistero nascosto tra le righe della frase “la mappa non è il territorio”.

Sembra un po’ di essere come Neo, il protagonista del film Matrix, che ad un certo momento si trova di fronte ad una scelta :

 “E’ la tua ultima occasione, se rinunci  non ne avrai altre. Pillola azzurra , fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità. Niente di più” gli propone Morpheus.

Pillola azzurra o pillola rossa, rimanere nel mondo che si conosce o lasciarsi portare nella vera realtà.

Bhè certo, per Neo è molto più facile, è in un film e può provare di tutto, dunque è ovvio e scontato che decide di buttarsi a scoprire la vera realtà.

Per noi, umani, è leggermente più complicato ma non impossibile.
Abbiamo tutte le carte in regola per cambiare la percezione della realtà, dipende da noi e dalla nostra volontà e voglia di scoprire il nuovo, che forse spaventa, ma forse anche no.

Ritornando al film Matrix Neo dice “mi fanno male gli occhi” e la risposta di Morpheus “perché non li hai mai usati”.

Quante volte vogliamo solo vedere quello che ci fa comodo, quello che in qualche modo non ci costringe ad interrogarci profondamente sul nostro essere qui in questo mondo; ed ancora quante volte pur di non venire coinvolti chiudiamo gli occhi o volgiamo lo sguardo in una direzione più comoda per paura di venire coinvolti in situazioni scomode, che riteniamo troppo impegnative per noi e di cui preferiamo non curarci pensando che tanto ci sarà qualche buon’anima che se ne occuperà, restando così intrappolati nella ruota dello “scarica barile” e perdendo così l’opportunità di uscire almeno per un po’ dalla nostra personale realtà, o zona di comfort per dirla in lingua attuale, e lasciandoci trascinare in una realtà più grande, più universale.

Ed ancora, quante volte ci troviamo a discutere su chi ha ragione, su che strada seguire, su come gestire il tal progetto, e via dicendo senza renderci conto che stiamo solo sprecando tempo ed energia su discussioni che non portano a nulla proprio perché ciascuno rimane delle proprie opinioni, rinchiuso nella certezza della sua realtà e pronto a difenderla a qualunque costo, o quasi, perdendo così l’occasione di creare nuove realtà, magari condivise, che ci facciano arrivare a quella rossa e gigante x dove si nasconde il tesoro che ogni essere umano cerca.

E questo inestimabile tesoro è nascosto dietro tre domande fondamentali: 

chi sei? 

cosa fai? (qual'è la tua vera vocazione)

perché lo fai? ( che contributo vuoi lasciare al mondo)

Abbiamo tutti necessità di una guida, un maestro, di qualcuno che ci aiuti a scoprirci in questo mondo, a capire la vera natura delle cose, a scoprire chi siamo, cosa facciamo e cosa siamo chiamati a fare su questa terra e qual è la nostra vera vocazione, missione o leggenda personale, se preferite.

Abbiamo tutti bisogno di un Morpheus che ci dica:

“Cerco di aprirti la mente, Neo, ma posso solo indicarti la soglia. Sei tu quello che la deve attraversare.”.


I veri “Morpheus” sono coloro che ci danno dei suggerimenti su come dovremmo vivere nel mondo, ma senza imporre nulla, senza chiedere nulla in cambio. Sono coloro che ci aiutano perché hanno raggiunto un livello di consapevolezza maggiore e sono felici di aiutarci nel nostro percorso di vita, rispettando i nostri tempi, ascoltando le nostre lamentele, accettando anche i nostri “no”.
In sostanza lasciandoci liberi di scegliere senza giudicare nel caso dovessimo scegliere la via opposta.

Alla luce di queste riflessioni, assemblate un po’ per istinto, mi rendo conto della fortuna grande che ho avuto e che ho tutt’ora nell’aver incontrato e nell’avere vicino tante e diversificate versioni di Morpheus, ciascuna necessaria ed utile in passaggi più o meno complessi della vita e… di questo ringrazio.

Ricordiamoci le parole di Morpheus:

“Prima o poi capirai, come ho fatto anch’io, che una cosa è conoscere il sentiero giusto, un’altra è imboccarlo”.

Buona ricerca del tesoro!

*immagine presa dal web





"Che cosa vuole il mondo da noi?" (Keep calm, goditi il viaggio e passa il favore)

Curioso. Decisamente curioso come un pensiero possa improvvisamente materializzarsi. È successo circa 3 mesi fa, dopo il mio rientr...