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lunedì 25 giugno 2018

Password: accontentarsi (di essere persone buone)




Quante volte capita di fermarmi e di chiedermi chi sono.
Se guardo i vari social ogni giorno vedo gente che è qualcuno, che ce l'ha fatta, che almeno così dallo schermo pare felice.
Se esco dalla porta di casa incontro ancora chi sembra essere felice, chi sembra sapere chi è.
E così guardo me, la mia vita, i viaggi compiuti fin qui, le persone incontrate, le esperienze vissute. 
Ho molte più domande per la testa che risposte.
Molti più pensieri incerti che certezze.
Molte più paure che sicurezze.
Eppure sono qui, comunque serena, comunque quasi certa che va bene così.
Va bene quello che sono, quello che ho la fortuna di avere, almeno oggi.
Domani è un altro giorno e si vedrà.
E ripenso alle parole di Alex Zanardi, o meglio quelle che un giorno il figlio gli rivolse:
"Eh, tanto io non sarò mai famoso come te".
E giustamente Zanardi padre si interroga sul "come spieghi ad un ragazzino, in modo convincente, che non è importante? Che conta soprattutto provare ad essere una brava persona?".
Già. Come si spiegano queste cose?

Ricordo che in uno dei miei viaggi tailandesi lessi un racconto che oggi torna utile e che ritengo buona cosa condividere.

C'era una volta un bellissimo giardino, con alberi e fiori di ogni tipo, meli, aranci e rose. Tutti felici e soddisfatti. C'era solo felicità in quel giardino, tranne che per un albero che era molto triste. Il povero albero aveva un problema: non sapeva chi fosse!
"Ti manca la concentrazione" gli disse il melo "se davvero ti impegni, puoi fare mele deliziose. Guarda com'è facile".
"Non ascoltarlo" intervenne il cespuglio di rose "e guarda quanto siamo belle noi!".
L'albero disperato provò a seguire ogni consiglio. Cercò di produrre mele e far sbocciare rose ma, non riuscendo, a ogni tentativo si sentiva sempre più frustrato.

Un giorno un gufo arrivò nel giardino.
Era il più saggio di tutti gli uccelli e vedendo la disperazione dell'albero esclamò "Non ti preoccupare. Il tuo problema non è così serio. È lo stesso di tanti esseri umani! Ti darò io la soluzione : non passare la tua vita ad essere ciò che gli altri vogliono tu sia. Sii te stesso. Conosci te stesso e per far ciò ascolta la tua voce interiore". Poi il gufo se ne andò.

"La mia voce interiore? Essere me stesso? Conoscere me stesso?" l'albero disperato pensava tra sè e sè alle parole del gufo quando all'improvviso comprese. Si tappò le orecchie e aprì il suo cuore e sentì la sua voce interiore che gli stava dicendo "non darai mai mele perchè non sei un melo e non darai mai fiori ogni primavera perchè non sei un cespuglio di rose. Tu sei una sequoia e il tuo destino è crescere alto e maestoso. Sei qui per offrire riparo agli uccelli, ombra ai viaggiatori, bellezza al paesaggio! Tu hai questa missione. Seguila!".

A queste parole l'albero si sentì forte e sicuro di sè e cessò ogni tentativo di diventare qualcun altro ed esattamente quello che gli altri si aspettavano da tutti. Solo da quel momento il giardino divenne completamente felice.

Albert Einstein diceva che "tutti sono geni. Ma se giudichi un pesce in base alla sua capacità di arrampicarsi su un albero, lui vivrà tutta la sua vita pensando di essere stupido".

Provare ad essere chi si è. Senza giri di parole. Senza sprechi inutili di energia in ciò che non ci appartiene. Senza dover essere la brutta copia di altri, spesso dei propri genitori che magari ricoprono ruoli lavorativi importanti e di prestigio.
Essere se stessi al proprio meglio. 
Essere brave persone. Persone buone.
Una sfida come tante nella vita.
Forse questa è la sfida più avvincete ed appasionante in cui possiamo imbarcarci.
Fa paura. Fa tremare le gambe.
Fa andare in tilt pensieri e credenze. Fa andare contro corrente.
Fa sentire anche soli a volte, messi in un angolo con la testa tra le mani.
Ma fa crescere. Fa diventare sè stessi, la miglior versione possibile, l'unica versione su 7 miliardi di individui. Mica male direi!
Forse ne vale la pena. Credo ne valga davvero la pena.
Accontentarsi di essere una sequoia invece che un cespuglio di rose o un albero di melo.
Non è una brutta parola "accontentarsi" .
È una parola buona se presa nella prospettiva di accettare chi siamo, di mostrarlo agli altri e di provare giorno dopo giorno a migliorarsi accontentandosi di essere semplicemente sè stessi.

Ky






mercoledì 20 giugno 2018

Tutto in uno zaino




Lo zaino è posato nell'angolo, quello di sempre. È fermo lì da metà Marzo. Sta prendendo polvere. Dovrei coprirlo probabilmente. Eppure non mi viene da compiere questo gesto. Forse perchè preferisco darci uno sguardo ogni volta che mi capita di passarci accanto. Forse perchè è una specie di mappa di ricordi, emozioni, incontri, esperienze che ho avuto la fortuna di compiere soprattutto negli ultimi sei anni. E lo zaino da sempre è simbolo del mettersi in viaggio. Che sia per un pic nic fuori porta. Che sia per scalare l'Everest. Che sia per recarsi a scuola. Che sia per partire alla ricerca di significati altri, culture diverse. Che sia per qualunque motivo, lo zaino è una sorta di casa mobile in cui si rinchiudono i propri effetti personali ed in cui spesso si tenta di rinchiudere anche un pò di affetti, che sembrano indispensabili ancore di salvataggio lungo i percorsi così incerti ed imprevedibili del viaggiare. Si parte per l'incerto mettendo sulle spalle un pò di quelle certezze che si crede di possedere. In verità poi strada facendo tutto sfuma, tutto muta, tutto si trasforma. Anche tu cambi. È inevitabile. Conseguenza naturale di chi decide di mettersi in viaggio. I motivi sono i più disparati, ciascuno ha il proprio. La sola certezza è che si viaggia partendo sempre dal sè per poi, si spera, arrivare a quel noi che amplifica i significati del viaggiare.
Ogni volta che si avvicinava il tempo della partenza iniziava la lista delle cose da portare e quella delle cose da lasciare a casa. Confesso che la lista delle cose che ritenevo indispensabili avere con me, era sempre esageratamente lunga. E così ogni giorno mi capitava di aggiungere qualcosa a tutto quello che già era pronto sopra il letto per essere poi infilato nello zaino.
Il primo anno del mio viaggio verso Oriente ho riempito e disfatto lo zaino una infinità di volte. Metti e togli. Togli e metti. Metti e togli. Toglie e metti.
E così perdevo ore di tempo preziose per altri e per altro.
La fortuna è che gli zaini hanno una capienza limitata, oltre la quale non si può proprio andare. E così lungo questi sei anni ho imparato a portare solo il necessario lasciando a casa i vari ed inutili "just in case".
Lo zaino comunque è stato sempre fedele amico, necessario ed indispensabile in molte occasioni. Un amico inanimato certo, ma che ha concesso a me e Nadia di trasportare dall'Italia alla Thailandia parecchi capi di vestiario per i bambini birmani. Grazie allo zaino siamo riuscite a trasportare in scooter centinaia di quaderni e libri di testo per la scuola che sostenevamo. Medicinali e kit di primo soccorso per la gente di un villaggio al confine thai-birmano. Lo zaino mi ha sempre accompagnato anche in quei viaggi non proprio così legali in cui si doveva attraversare il fiume di confine con una barchetta e con la scorta militare per raggiungere la sponda birmana. Viaggi sempre spinti dalla volontà di compiere azioni buone, di portare aiuti concreti. Ed ancora lo zaino mi e ci ha accompagnato in quei viaggi "into the wild" che ogni tanto si riusciva a fare. Zaino che diveniva valigia viaggiante ed anche "appendiabiti" con tanto di mollette per consentire a reggiseni, slip, asciugamani e t-shirt di asciugare. Zaino che mi ha sempre consentito di fare incontri di ogni sorta.
Comunque sia, l'ultima volta che ho fatto lo zaino per la Thailandia ho infilato più libri che vestiti.
Ma questo si impara solo facendone esperienza. Solo mettendosi in viaggio.
E come scriveva Sebastiano Zanolli nel lontano 2012:
"Viaggiare implica novità, novità implica incertezza, incertezza implica rischio, rischio implica pericolo. Pericolo anche di fare i conti con se stessi e le proprie debolezze e l'incapacità di lasciare andare il di più, il conosciuto comodo anche se inutile.
Il viaggio ti chiede di accettare tutto ciò e tutta la gente che incontrerai, di abbandonare molto di ciò che credi di essere, e molti che credevi indispensabili. Altrimenti non servirà andarsene.(...).
Ecco perchè chi viaggia diventa resiliente.
Chi viaggia è capace di vedere l'infinitamente grande in ogni piccolo passo.
Per poi ritornare a casa.
Per poi ripartire".
Non penso di avere smesso di viaggiare. Magari per un pò non metterò lo zaino in spalla, non dovrò fare varie liste pre-partenza, eppure mi sento anche adesso in viaggio, perchè una volta che inizi a viaggiare come una volta che impari a sognare – come cantano i Negrita - poi non smetti più.

Ky



martedì 12 giugno 2018

Che ci sto a fare? A volte un sasso ce lo può insegnare




Che ci sto a fare?
Che ci sto a fare nei vari profili social? Che ci sto a fare in quel tal posto di lavoro? Che ci sto a fare in situazioni più o meno scomode? Che ci sto a fare insieme a quel tizio/a? Che ci sto a fare con il blog? Che ci sto a fare con lo scrivere? Che ci sto a fare dentro questo progetto?
Una valanga di "che ci sto a fare?" a cui cercare risposte, soluzioni, alternative, vie di fuga o significati vari.
Ieri mi è arrivato un messaggio inatteso. Una persona conosciuta nei vari social, un pò di tempo fa, mi chiede se gli faccio avere il mio indirizzo di casa così che possa inviarmi un libro scritto di suo pugno. Una bellissima sorpresa, soprattutto per chi come me ama i libri, adora leggere.
Che poi mi ritrovo molto spesso a farmi la domanda "che ci sto a fare?", domanda che mi aiuta a capire il senso di quello che vivo, delle situazioni in cui mi ritrovo per scelta o meno, del lavoro che svolgo, dello scrivere, del relazionarmi con.
E ricordo un racconto che vede come protagonisti un uccellino ed un sasso.

C’era una volta, in un inverno freddissimo, un uccellino che volava su un campo innevato.
Avendo le zampette piene di neve cercava un posto su cui appoggiarsi.
Dall’alto sembrava che tutto fosse ricoperto di neve.
Scendendo più in basso, però, si accorse che c’era una pietra che ne era priva.
Allora l’uccellino si avvicinò e chiese al sasso: “Scusami, sono infreddolito e ho le zampette piene di neve, posso poggiarmi su di te per qualche istante?”
Il sasso lo guardò e subito disse “Ma certo!”.
L’uccellino si posò, si asciugò le zampette e dopo qualche minuto riprese il viaggio.
Nel ripartire disse alla pietra: “Grazie, sei stato veramente gentile, eri l’unico su cui potevo poggiarmi. Ti sarò sempre debitore”.
Ma il sasso rispose: “Grazie a te! Ora non mi chiederò più che ci sto a fare”.


Capita a tanti di non sapere che ci stiamo a fare o cosa stiamo combinando in varie situazioni di vita. Forse siamo un pò come il sasso del racconto. Un sasso che non sa bene quale sia il significato del suo essere in quel determinato posto e che lo scopre solo grazie ad un uccellino vagabondo, infreddolito e gentile.
A volte sappiamo chi siamo, cosa stiamo facendo, perchè e come stiamo facendo quella tal cosa. Altre volte invece proprio non ci capiamo più nulla, restiamo lì senza risposte valide e convincenti perchè magari qualcuno non ci ha capiti o ci ha criticati o qualsiasi altra cosa. E poi succede che arriva qualcuno, un amico, la tua compagna, i tuoi figli, persone sconosciute che si avviccinano, ti chiedono di potersi appoggiare per pochi istanti accanto a te e attraverso atti di gentilezza e bontà ti aiutano a comprende il significato del proprio personale "cosa ci sto a fare?".
E questo essere presenti, vicini, questa voglia di condividere e di incontrarsi fa tutta la differenza del mondo. Proprio come un sassolino.

Ky







sabato 9 giugno 2018

Adattati, se vuoi ripartire.




A lavoro ieri sera. Nessun "sparecchia la tavola, apparecchia la tavola".
Più che altro a lavoro per lavare i piatti. 
Non i miei. Quelli degli altri.
Che poi poco importa se sono miei o degli altri. Il dato di fatto è che sono sporchi e vanno lavati, tirati a lucido, lasciati asciugare e rimessi lì in pila uno sopra l'altro per il prossimo turno, per la prossima ripartenza.
E mentre toglievo via i residui di sporco più o meno impegnativi, pensavo a come è necessario sapersi adattare in base a quello che scegliamo di vivere, alle esperienze che decidiamo di approfondire.

"Vivere e stare al mondo necessita di progressivi adattamenti,
incompleti, parziali, temporanei"
- Paolo Ragusa -

Adattarsi. Non adeguarsi (che ha il sapore della lamentela, della chiusura, del rifiuto al cambiamento). Adattarsi come fanno le radici degli alberi, che cercano la via migliore nel terreno ma il terreno non è sempre soffice, morbido ed accogliente; quasi sempre ci sono sassi, ostacoli e fatica. 
Eppure c'è sempre una via. Sempre.
Perchè la capacità di adattarsi "nel vivere, nelle relazioni, nella ricerca della felicità" ha come significato la capacità e la presa di coscienza di fare posto anche al limite, agli insuccessi, all'infelicità, alla fatica.
Una tensione continua verso il meglio passando per il difficile, l'incerto, il non soddisfacente.
La sola via per avanzare verso tutti i nostri piccoli e grandi progetti di vita.
Una costante e progressiva costruzione di sogni, desideri, progetti ma anche di accettazione di paure, dolori, solitudini, cicatrici che aiutano a crescere.

Adattarsi significa anche avere la capacità di modificare la rotta del proprio viaggiare, interiore ed esteriore. Avere la capacità di "stare nello scarto che abbiamo scoperto e utilizzarlo come ripartenza", come nuova possibilità creativa.
Come trovarsi tra le mani un piatto bianco, tirato a lucido e pulito che aspetta di nuovo di essere riempito, non solo di belle pietanze da vedere, anche di buon cibo da assaporare.

Ky



lunedì 4 giugno 2018

Strade e fossati.




Credo di aver percorso strade di ogni genere e con diversi mezzi in questi 40 anni.
Strade sterrate. Di montagna. Vie ferrate.
Strade travestite da campi di basket.
Strade larghe, così larghe da non vederne il capo opposto.
Strade strette, talmente strette che a mala pena ci passava il mio corpo.
Strade d'asfalto sotto il sole cocente d'Oriente.
Di terra e fango e con buche profonde da schivare.
D'erba e foglie secche piacevoli da calpestare e far suonare.
Leggevo non so più dove, non so più quanto tempo fa che "tutte le strade portano ad una scuola".
Ed in effetti da sempre si dice che la strada è maestra di vita. Una maestra severa e dura molto spesso, altre più piacevole ed amorevole.
La strada però troppo spesso viene interpretata in modo negativo con espressioni che la rendono un posto da poco di buono: gergo da strada, ragazzi di strada, donne da strada, vita da strada...
come se lì fuori, fuori dalle nostre strade reali o interiori, ci fosse un mondo parallelo che respira e tenta di vivere alla meno peggio.
Eppure tutti prima o poi ci troviamo in mezzo ad una strada.
E forse oggi la crisi è un ottimo specchio di questo.
Letteralmente parlando per alcuni, metaforicamente parlando per altri.

Strada come ultima spiaggia oppure opportunità di incontri, di situazioni che possono succedere, che si possono far accadere.
Strada da percorre, su cui riposare a volte, su cui posare fardelli e lasciare zavorre, su cui poggiare passi e ricerca di significati, su cui cercare fortuna o senso.
Strada. Strade. Di ogni tipo, di ogni dimensione e lunghezza. Strade appena asfaltate e rimesse a nuovo. Altre colme di impefezioni che hanno inciso sul percorso.
Strade su cui far perdere le proprie tracce magari per rigenerarsi o per ritrovarsi.
Strade da cui uscire perchè è tempo di imboccarne altre o di tracciarne nuove.
Partendo da zero.

Strade che sembrano un pò come i fossati, quelli che un tempo proteggevano castelli e ville antiche, quelli che oggi si ritrovano ai lati delle strade, lungo i campi coltivati, lì pronti a donare acqua per irrigare terra e sementi. Fossati che vanno lasciati così come sono. Così con la loro naturale predisposizione a ricevere e donare acqua. Acqua che deve scorrere per far in modo che tutto il fango, la sporcizia che la rende torbida, fluisca il più a sud possibile, lasciando così intravedere quei desideri e quelle speranze che ogni uomo necessita di portare a galla, di mostrare ad altri, a sè stessi.

Strade e fossati. Fossati e strade.
E così solo viaggiando, solo mettendosi per strada si possono incontrare altri come noi.
In cerca di senso.
In cerca di opportunità.
In cerca di altri con cui costruire strade. Insieme.

Così il significato della vita diventa più grande. Sicuramente difficile. Certamente condiviso.
Eppure ne vale la pena. Vale sempre la pena incontrarsi e soffermasi almeno per un pò con i tanti altri che credono nella strada come opportunità e ricerca "delle cose come stanno: quelle cose che consentono ad altre cose di essere più umane, più vere e di avere un senso" (Giuseppe Vico).

Ky



mercoledì 30 maggio 2018

"Anche questo passerà". La leggenda dell'anello del re



Si dice che una volta un re convocò i più saggi del reame e chiese loro: “Esiste un mantra oppure un suggerimento che funzioni in ogni situazione, in ogni circostanza, in ogni luogo e in qualsiasi momento? Qualcosa che mi possa aiutare quando nessuno di voi mi sta accanto per darmi dei consigli? Ditemi, esiste un tale mantra?”
Tutti i saggi erano sorpresi dalla domanda del Re. Una risposta per tutte le domande? Qualcosa che possa funzionare ovunque, in ogni situazione, ovvero in ogni gioia, ogni pena, ogni sconfitta e ogni vittoria? Pensarono e ripensarono.
Dopo una lunga discussione, un anziano suggerì qualcosa che andò bene a tutti. Poi andarono dal re e gli portarono il risultato scritto su carta, con la condizione che il Re non lo doveva guardare per sola curiosità. Solo in momenti di estremo pericolo, quando il Re era da solo e senza vie d’uscita, allora lo avrebbe potuto leggere.
Il Re mise il foglio sotto il suo anello di diamante. Passò del tempo e i vicini attaccarono il Regno. Fu un attacco di sorpresa. Il Re e il suo esercito combatterono coraggiosamente ma persero la battaglia. Il Re dovette scappare a cavallo e inoltrarsi nella giungla.
Ma all’improvviso il Re si trovò alla fine di una strada chiusa. Sotto c’era un dirupo, buttarsi significava morire.I nemici che lo stavano inseguendo si stavano avvicinando e il Re era preoccupato, non sembrava avere via d’uscita.Poi all’improvviso vide il diamante che brillava sotto il sole e si ricordò del messaggio nascosto nell’anello. Aprì il diamante e lesse il messaggio che diceva:“Anche questo passerà.”
Il Re lo lesse e poi lo lesse ancora. All’improvviso qualcosa si mosse: Sì! Anche questo passerà! Solo pochi giorni fa, godevo del mio regno, ero il Re più potente fra tutti. E ora il Regno con tutti i suoi piaceri è sparito. Io sto qua che cerco di scappare dai nemici. E così come quei giorni sono passati, anche questo giorno di pericolo passerà.
La calma tornò sulla sua faccia. Continuò a stare dove era. Il posto era pieno di bellezza naturale. Non aveva mai visto questo luogo così bello nel suo Regno. La rivelazione del messaggio gli aveva fatto un grande effetto. Si rilassò e dimenticò i nemici.
Dopo qualche istante realizzò che il rumore dei cavalli si era allontanato. Si erano spostati da un’altra parte, verso le montagne vicine.Il Re era molto coraggioso. Riorganizzò il suo esercito e combatté di nuovo. Sconfisse il nemico e riprese il suo impero.
Dopo la vittoria, venne ricevuto con grande splendore. L’intera capitale era nell’euforia della vittoria; piogge di fiori venivano lanciati sul re in segno di onore e riconoscimento. La gente cantava e ballava. Per un istante il Re si disse: “Sono uno dei Re più grandi e coraggiosi. Non è facile sconfiggermi”.
Vide un senso di ego emergere in se stesso. All’improvviso il diamante dell’anello brillò nella luce del sole e così ricordò il messaggio. Lo aprì e lo lesse di nuovo: “Anche questo passerà” . Diventò silenzioso. Il suo volto cambiò totalmente – da egoista tornò in uno stato di profonda umiltà.Se anche questo passerà, allora non è tuo. La sconfitta non era tua, la vittoria non è tua. Sei semplicemente uno spettatore. Tutto passa. Siamo testimoni di tutto questo. La vita viene e va. La felicità viene e va. La sofferenza viene e va.
Quante volte ci sentiamo dire e diciamo a nostra volta "è solo un momento, passerà". Lo si dice talmente spesso che non ci si fa quasi mai caso. Lo si dice a chi deve affrontare prove ed esami. A chi si trova in un profondo momento di sconforto per questioni di cuore, per difficoltà lavorative, a chi vive sofferenze fisiche e psicologiche e per mille altre motivazioni. Eppure a ben pensarci è proprio vero che è tutta questione di "è solo un momento, passerà". Certo non si può prevedere il quando e forse nemmeno il come ma si può decidere l'atteggiamento con il quale affrontare ogni momento della vita. Che poi questa espressione verbale non è valida solo per chi vive situazioni negative. Vale anche come rovescio della medaglia, vale anche per chi vive situazioni positive nel lavoro, in amore, a livello scolastico, nella quotidianità. Già perchè dovremmo sempre tenere a mente che ogni istante "è solo un momento, passerà". Allora è nostro dovere vivere con il giusto atteggiamento. Ciascuno a suo modo, ciascuno con le proprie capacità. Comprendo, io per prima, che è molto più semplice dirlo che sentirselo dire ma sono anche convinta che eppure è possibile. È decisamente possibile affrontare la vita tenendo a mente di avere sotto l'anello quel foglietto che dà risposta ad ogni quesito, quel foglietto che ci fa sentire meno vulnerabili, forse un pò più coraggiosi. Un foglietto che ci mostra il possibile. Che ci fa vedere che è molto più possibile che probabile.
Ky








sabato 26 maggio 2018

Arriva da dietro...il futuro.




Nel libro Le otto montagne di Paolo Cognetti c'è un bellissimo dialogo padre figlio.
"Secondo te il passato può passare un'altra volta?" chiede il padre.
"E' difficile" risponde il figlio
"Guarda quel torrente, lo vedi?" - prosegue il padre – "facciamo finta che l'acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi sia il futuro?".

La risposta, quella che viene più naturale, quella che dà anche il figlio è che il futuro deve per forza trovarsi più giù, più a valle, più in basso rispetto la loro posizione.
"Il futuro è dove va l'acqua, giù per di là".
Avrei risposto così anch'io.

Eppure il padre dice che è sbagliato.

Solo qualche pagina più avanti, il figlio comincia a capire il perchè la sua risposta fosse sbagliata secondo il pensiero del padre.

"Pensai al torrente: alla pozza, alla cascatella, alle trote che muovevano la coda per restare immobili, alle foglie e ai rametti che correvano oltre. E poi alle trote che scattavano incontro alle loro prede. Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l'alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagna che abbiamo sopra la testa".

E penso a quante volte mi è stato detto e ripetuto che il futuro è lì, ce l'ho davanti, che se allungo le dita lo posso sfiorare, che ci devo pensare a sto futuro, a cosa fare nella mia vita e bla bla bla.
Ed io a crederci, ad aguzzare la vista per cercare di intravederlo sto futuro, che a forza di sentirlo nominare, pareva quasi dovessi trovarmi davanti - da un momento all'altro - un uomo (minaccioso) vestito di tutto punto pronto a tirare fuori la sua agenda ed ad elencarmi la mia prossima scelta, sfida, opportunità o qualunque altra cosa.
Ed invece poi, è proprio vero che il futuro arriva da dietro, quando non sei preparata, quando sei concentrata sul vivere l'istante, quando hai la testa da altre parti tranne che rivolta al futuro. Ed arriva veloce, prepotente come una slavina. Altre volte, invece, arriva così leggero ed in punta di piedi che quasi non ti accorgi che è qui, è lui, è il futuro che ormai è già passato.
Un pò come quando sei ferma al passaggio a livello di turno e sfrecciano le carrozze dei treni e non fai tempo a guardarne una che hai già gli occhi sulla successiva, così senza tempo di realizzare.
E mi piace. Mi piace immaginare che il destino, questo futuro imminente "abita nella montagna che abbiamo sopra la testa".
E che in fondo non è poi così lontano. E che in fondo non fa poi così paura.

Ky

giovedì 17 maggio 2018

Il passare per qualcosa significa conoscerla





In sanscrito, una lingua utilizzata in certe zone dell'India, c'è una parola, "gati", che indica sia il camminare sia il sapere, inteso come conoscenza. E c'è una regola: tutte le parole che iniziano con "andare/camminare", hanno anche il significato di sapere.
Curioso come la stessa metafora si ritrovi nella lingua norvegese in cui il passare per qualcosa significa conoscerla.
E mi piace pensare come il gesto, l'azione del camminare, del mettersi sulla strada a poggiare passi, abbia anche il significato profondo di conoscere, sè stessi, gli altri, il mondo, la vita. In fondo pensandoci bene, il "camminare" ci aiuta ad essere chi siamo e smettere di farlo implica forse smettere di essere fino in fondo chi siamo.
Mi ritorna in mente un passaggio di un libro in cui si riporta una bellissima tradizione Inuit, popolazione che vive nel nord-est dell'arcipelago artico canadese.

"Quando ti arrabbi, al punto da non riuscire a controllare le tue emozioni, sei invitato a lasciare la tua abitazione e a camminare in linea retta attraverso il paesaggio che ti si para di fronte, andano avanti finchè la rabbia non passa. Il punto esatto in cui l'emozione molla la presa viene dunque marcato, infilando un bastone nella neve. In questo modo si misura la lunghezza, ovvero l'intesità, della rabbia.
La cosa più sensata che possiamo fare quando siamo arrabbiati, condizione in cui il cervello rettiliano guida le nostre azioni, è allontanarci dalla persona o dalla situazione che ci ha provocato quella reazione".

E mi piace pensare che sia quando siamo arrabbiati, sia quando abbiamo necessità di camminare per liberare corpo e mente dalla stanchezza del vivere quotidiano, sia quando ci troviamo sul posto di lavoro e le cose non girano per il verso giusto o magari vanno a gonfie vele, sia che ci troviamo in qualunque altra situazione di vita, il potere racchiuso nell'azione dell'andare, del camminare, del provare, coincide con il sapere e segna e supera il limite tra quello che non sappiamo e quello che strada facendo possiamo imparare e conoscere, gestire e fare nostro.
E questo è forse il solo modo per arricchire le nostre esistenze: il fare esperienza sulla propria pelle.
Ecco allora che assume senso profondo quel "passare per qualcosa". Un passare che sta a significare che, una volta vissuto e compreso questo "qualcosa", abbiamo una conoscenza in più da mettere nel nostro personale bagaglio di vita.

Ky

*immagine dal web

mercoledì 9 maggio 2018

Ribaltare i pensieri per scoprire chi siamo




Credo di essere circondata, accerchiata da persone amiche o volti conosciuti che si lasciano, che mettono fine ad anni e spazi di vita insieme più o meno lunghi, con o senza figli nel mezzo. La maggior parte con.
Sembra la "moda" del momento, ma sono certa che non è così.
Una sorta di tempo e spazio in cui c'è tanto bisogno "d' imparare ad amarsi in questa vita" tanto quanto "bisogna imparare a lasciarsi quando è finita" (come si dice nella canzone presentata a Sanremo da Vanoni-Bungaro-Pacifico).

Credo che ci troviamo in un momento di vita in cui tutto viene messo in discussione e tutti si mettono in discussione, in cui forse è più forte l'esigenza del chiedersi "chi voglio essere?". Come se i tempi fossero maturi per dare spazio a quella necessità, insita nell'animo umano, di comprendere qual'è la nostra vera identità.
Qualche giorno fa dal Salone del Libro di Torino sono state inviate, quasi come messaggi in bottiglia, 5 domande. Mi soffermo sulla prima, quella che fa da apri strada a tutte le altre.

Chi voglio essere? Che rapporto c'è oggi tra l'essere se stessi, il conoscere se stessi e il diventare se stessi?

Tosta come domanda, forse a molti non basterà questa vita per trovarci il verso giusto. A me di certo questa vita non basta già. Ma intanto ci provo. Perchè da qualche parte si deve pur iniziare e non c'è sfida più grande, entusiasmante, difficile che cominciare dal sè.

E penso a te amica mia. A te che ti sei decisa ad uscire alla luce del sole. A te che hai scelto la via per la tua felicità. A te che oggi stai pagando le conseguenze dolorose di una separazione. A te che hai avuto e hai coraggio di credere che il diventare se stessi e l'esserlo nelle quotidianità è la sfida più importante che la vita ci pone di fronte. E ti ringrazio per le tue confidenze, per gli sfoghi, per gli istanti di gioia e per quelli di sfiducia e stanchezza.
Ti ringrazio perchè mi ricordi che "essere umani" è anche tutto questo.
Ti ringrazio perchè mi mostri che mettersi in gioco, anche se tutto e tutti remano contro, anche quando gli amici più fidati si allontanano, mi ricordi che è sempre possibile farcela, rialzare la testa, guardare avanti, lasciare il passato un pò alle spalle.
E la fatica e la stanchezza che oggi ti fa tentennare, che ti fa frenare di colpo, che ti fa girare mille domande in testa, mille perchè, è possibile trasformarla in una ricchezza interiore. Come se fosse lì a ricordarti che è sempre possibile ribaltare i pensieri e farli divenire ricchezza, quella ricchezza che diventa possibilità di essere e diventare chi si è.
E non importa se hai tutti contro, o quasi. Importa che ce l'hai fatta, il tuo Everest l'hai raggiunto. Ora devi solo imparare a godere del panorama che ti si presenta davanti gli occhi.

Ky






lunedì 30 aprile 2018

Quando tira vento, un'occasione per chiedersi se si è sulla buona strada.




C'è vento fuori, quel vento che piega le cime degli alberi.
Quel vento che spazza via le nubi dal cielo.
Quel vento che spesso arriva ad indicare la direzione migliore.
Ed ancora quel vento che invece altre volte fa ingarbugliare idee e pensieri che parevano nitidi e chiari fino all'istante precedente.
Mi piace il vento, anche se a volte è pungente e freddo.
Che poi ogni volta che c'è vento che mi scompiglia i capelli, che mi costringe a coprire la gola e gli occhi, mi fa sentire un pò come una bandiera.
C'è anche un modo di dire "essere come una bandiera al vento".
La maggior parte delle volte con il significato di non avere le idee chiare, di cambiare opinione in base a dove fa più comodo, in base al momento, come una sorta di rifiuto nel prendere una posizione definitiva o quasi.
E poi penso alle bandiere di stoffa a forma di cono, di solito a striscioline colorate rosso bianche, che sono posizionate sopra i tetti e che fanno un pò da segnalatica alle correnti che poco o spesso passano sopra le nostre teste.

È interessante sapere la direzione dei venti, capire se è vento di libeccio o di scirocco, se tira aria di tramontana o maestrale, se è tempo di lasciar soffiare i venti di levante o di ponente, capirne la direzione, quasi sentire un senso di sicurezza nel saperne leggere le trame che disegna sulla pelle, tra i pensieri, su ogni cosa animata o inanimata che sfiorano e toccano.

E il vento mi fa pensare al pensiero di Heidegger che distingueva tra un'esistenza vissuta così come viene e il guidare la propria vita.
Ecco, qui rispondere non è mai semplice, a volte è più complicato che dover risolvere un problema matematico.
Anch'io mi divido tra un'esistenza vissuta così un pò come viene, un pò alla giornata, forse forte della giustificazione che non è in mio potere sapere cosa accadrà da qui all'istante successivo.
Un pò come un Don Chisciotte che cerca di battersi contro i mulini a vento con scarsi risultati.
E poi invece mi ritrovo a sentire che la vita la sto guidando io, magari con fuoriuscite e sbandate lungo le strade dell'esistenza, magari con curve secche che prendo male, magari con tanti interrogativi che come paletti segnaletici cercano di farmi stare o rientrare sulla buona strada.

Buona strada che ha quel significato profondo e intimo che va al di là dello stare al mondo, un pò come possono fare i sassi. Buona strada che ha il sapore del sapersi domandare "il come si sta al mondo", perchè solo così si può fare davvero conoscenza con ciò che ci circonda e con sè stessi.
E fare conoscenza con sè stessi e con il mondo attorno è questione di darsi tempo.
Un pò come stare a sentire il vento sulla pelle, godere del suo sollievo nella calura estiva, fuggirlo nei giorni dei freddi inverni, ma lasciarlo passare come fosse guida e indicatore di buona strada.

Ed allora che buona strada sia, con o senza vento, con giornate vissute un pò come viene e giornate in cui si è umili ma generosi e coraggiosi capitani al comando delle proprie esistenze. Ed esserne consapevoli è già un ottimo passo per sentirsi sulla buona strada.

Ky



sabato 7 aprile 2018

Quando "se" e "ma" ci ricordano l'importanza di ogni scelta



Vedendo comignoli spenti, balconi aperti o semi chiusi, persone dentro i loro cappotti che percorrono quell'angolo di via che si vede da casa tua, penso a quante vite ci passano accanto ogni giorno, a quante ne incrociamo o sfioriamo. Eppure solo alcune, poche, pochissime ci sfiorano così intensamente da divenire pelle e cuore che si tocca, si riconosce, decide d'incontrarsi e fermarsi per tratti di strada più o meno lunghi. E la cosa straordinaria è l'intensità con cui il tutto spesso inizia. Un'intesità che travolge e avvolge. 
Un'intesità che a volte lascia aperta la porta della necessità di tempo per conoscersi meglio, altre volte che rende le cose di colpo chiare. 
Un'intensità che rende sempre e comunque l'atto dell'incontro un luogo sacro su cui poggiare con delicatezza passi, sguardi, mani, gesti, parole, silenzi, ascolto e forse, ad un passo successivo, anche labbra (in caso di relazioni affettive).

Ogni incontro diviene scelta. Ogni scelta reca con sè un inevitabile addio ad altre possibili scelte. 
E ci sono gli istanti in cui ti sfugge quel pensiero – spesso comune – che diventa cassa di risonanza dentro sè stessi ripetendo quasi come un mantra le parole "e se avessi scelto diversamente?". 
Questo vale in ogni tipo di relazione. È dalle relazioni che nascono affinità, necessità di conoscersi meglio, possibilità di compiere percorsi lavorativi o di vita fianco a fianco.

Mia nonna diceva sempre che con i "se" e con i "ma" non si fa mai tanta strada. Forse aveva ragione. Un pò come quel detto che recita "mai piangere sul latte versato". Fosse facile staremmo tutti decisamente meglio. Tutti contenti ciascuno dietro la scelta del momento. Senza rimpianti, senza strascichi inutili di "se" e "ma". Tutti a godersi l'istante della scelta fin che dura, tanto poi arriverà il tempo per una scelta nuova. E di nuovo il ciclo si ripete senza "se" e senza "ma". 

Eppure sento che tutti i "se" e tutti i "ma" hanno una loro ragion d'essere. Come fossero lì appositamente per darci i tempi di stop. Tempi di fermate necessarie per capire una volta in più se il nostro autobus è il numero 54 oppure il numero 8, se "quella" scelta è proprio quella che fa per noi. 
Ed i "se" ed i "ma", seppur fastidiosi, servono proprio a questo scopo. Due congiunzioni che cercano di fare da filo conduttore tra un prima ed un inevitabile dopo. Due piccole connessioni che tentano d'indagare, a volte in maniera delicata altre in modo dirompente, dentro l'animo umano facendo nascere dubbi, tentennamenti, pensieri contraddittori o ancora facendo scorgere che forse davvero la scelta compiuta è la migliore tra le tante che si sono presentate sull'uscio di casa. 

Un pò come trovarsi di fronte alla vita, la vita quasi fosse il nostro possibile datore di lavoro in cerca di diversi candidati per la stessa offerta di lavoro. Diversi volti, diverse modalità, diverse sensazioni che pelle e pancia c'inviano, diversi curriculum, diversi approcci, diverse idee e pensieri. Ed anche qui i "se" ed i "ma" possono fare da spartitraffico per farci scegliere la direzione da seguire, per farci valutare con più attenzione a chi di noi candidati spetterà il posto. E la vita è un continuo lavoro su di sè, verso e con gli altri. È la vita offre sempre lo stesso posto di lavoro per tutti, a ciascuno poi far emergere la propria unicità, il proprio talento e passione.

Ed è per questo che, a differenza del pensiero di nonna, credo che ci sono sempre un "se" ed un "ma" necessari a ricordarci l'importanza di ogni nostra scelta. 

Ky




martedì 3 aprile 2018

E se la mucca viola scalcia? Significa che c'è. Punto.




Curioso come piccoli dettagli, portino a galla riflessioni mai pensate o su cui mai ci si sofferma.
Per troppa fretta o eccessiva superficialità. Comunque sia, di solito la differenza la fanno i dettagli, quelli meno visibili o quelli decisamente eccessivi. E ripenso al libro di Seth Godin. Libro che mette in evidenza l'importanza di essere una mucca viola in mezzo ad un mondo tutto marrone.
Certo, il concetto si riferisce a quella strana parola che mi piace pronunciare poco ed usare ancora meno, ma che è divenuta parte della quotidianità lavorativa: marketing.
Nello specifico la Purple Cow è quel "qualcosa di fenomenale, inatteso, entusiasmante e assolutamente incredibile che è dentro il prodotto. O c'è o non c'è. Punto.".*

Guardando questo concetto da una prospettiva più umana, penso che la mucca viola possa essere la chiave di lettura per comprendere un pò di più quello che sta accadendo in questo tempo che tutti definiscono di "crisi", ma che a distanza d'anni non si può più definire tale. Un lungo periodo di stallo in cui c'è chi si trova a galleggiare dentro il solito tram-tram quotidiano e logorante, chi non ne ha più le possibilità o non le cerca e chi invece riesce ad uscire da questo tzunami, che pare aver travolto - sotto altissime onde - quasi tutta l'umanità.

No so ben definire dove mi trovo, forse con le gambe ancora impantanate nel fango, con testa e braccia che cercano un appiglio su cui fare leva per uscire allo scoperto. Di fatto, conta che sento scalciare a più non posso quella mucca viola che mi vive dentro. Mucca viola che si deve scontrare di continuo con tutte le mucche  marroni che la circondano: paure, incertezze, dubbi, delusioni, errori, direzioni non chiare, pippe mentali, giudizi e pre-giudizi che mi porto dentro, consigli poco chiari di chi vuol farti credere che ne sa più di te e che ha trovato il modo per "uscire dalla crisi" . E che, allargando la visuale, l'umanità si porta dentro come un peso che fatica a scrollarsi di dosso.
Mucca viola che presenta una sostanziale differenza dalla Purple Cow proposta da Godin. Mucca viola che è ancora "qualcosa di fenomenale, inatteso, entusiasmante e assolutamente incredibile che è dentro" (in questo caso dentro noi) ma che si differenzia dal fatto che "o c'è o c'è. Punto.".

Esattemente così "o c'è o c'è. Punto.". Tutti, anche chi non lo immagina, nasconde da qualche parte quella mucca viola che aiuta o può aiutare a fare la differenza nella vita. Nella propria vita in primis e poi forse anche in quella di qualcun altro. Questo si può verificare in vari ambiti: lavorativo, relazionale, familiare, sportivo.
Tutti abbiamo una macchia viola che compare in qualche spazio di pelle (spesso non così visibile) e che ci fa sentire meglio con noi stessi e con gli altri. Che ci aiuta ad affrontare crisi, problemi, urgenze ed emergenze con lenti più trasparenti e meno appannate o sporche. Macchia viola che può essere un'idea innovativa, un progetto che potrebbe migliorare la vita di molti, una scoperta mai fatta prima, una comprensione più ampia e differente sul come affrontare a testa alta la crisi e via di questo passo.

Insomma, una mucca viola che scalcia perchè sente che ha qualcosa da dire, qualcosa da progettare, qualcosa da raccontare, qualcosa da condividere e per cui vivere.
Mucca viola che davvero può diventare la chiave per cambiare prospettiva, cambiare direzione, cambiare significato al vivere di sempre. Cambiare così approccio e sperimentarlo in tutte le varie attività, azioni e relazioni che viviamo e svolgiamo quotidianamente.
E mi piace l'idea di trovarmi il corpo ricoperto di macchie viola. E non importa se gli altri le vedono oppure no. Importa che a vederle sia io, intanto. Il resto poi si vedrà. Con il tempo si vedrà. Perchè la Purple Cow "o c'è o c'è. Punto.".

Ky

*La mucca viola – Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone di Seth Godin, ed. Sperling & Kupfer


venerdì 30 marzo 2018

Giusta distanza o giusta vicinanza? (ecco come il gioco del basket mi ha fatto comprendere l'importanza della giusta vicinanza)




Il gioco del basket con il tempo mi ha insegnato molto. Tra le varie regole, tecniche di gioco e falli ce nè uno che ho sempre faticato a comprendere. Il fallo di sfondamento.
In sostanza è quel fallo che viene fischiato in favore della difesa nell'istante in cui uno dei giocatori della squadra che porta palla e sta giocando in attacco, praticamente finisce addosso ad uno dei giocatori della squadra in difesa (che nel frattempo è fermo) facendolo cadere a terra.
Certo è una spiegazione un pò contorta, sarebbe più semplice vedere il fallo in azione per capirlo. Anche perchè ci sono sempre delle variabili soggettive e a discrezione di chi arbitra che vanno ad incidere sul fallo di sfondamento.

Mi ricordo di averne subiti di falli per sfondamento, ma uno in particolare è ancora lucido nella memoria. La mia squadra contro una squadra di un comune limitrofo. Tra le avversarie una cara amica con cui avevo giocato insieme anni prima nella stessa squadra e che ora era dal lato opposto del campo di gioco.
Conoscendola sapevo che aveva più esperienza di me, era più abile nel portare palla e nel correre verso canestro. Difesa a uomo, a me è toccata proprio lei. La sola soluzione che mi venne in mente fu di fermarmi, posizionarmi con i piedi ben saldi al suolo e lasciare che in una frazione di secondo lei mi venisse addosso – non aveva altre vie da percorrere in quel momento – facendomi cadere a terra e sentendo fischiare fallo di sfondamente, a favore della squadra per cui giocavo.
Al tempo non fu una lezione così importante. Pensavo solo a dare il meglio in campo e magari a portare a casa la partita.

Oggi quel fallo di sfondamento m'insegna l'importanza della giusta vicinanza.
Sentiamo spesso usare l'espressione "giusta distanza" ma nel lungo periodo sta lunga distanza rischia di allontanare sempre più, invece di sortire l'effetto contrario.
E la cronaca di questi ultimi anni ne ha da dire al riguardo.

E penso al messaggio che un'amica mi ha scritto proprio in questi giorni in risposta a delle scuse che ho sentito di fare, scuse legate a difficoltà relazionali di un tempo ormai passato da un bel pò.
Scrive: "Il nostro legame alla fine di tutto è sopravvissuto ai silenzi. La comprensione credo abbia fatto da timone a tutto questo".

Allora penso che sarebbe più saggio parlare di "giusta vicinanza", un pò come trovarsi nel bel mezzo di una partita di basket, avere la palla tra le mani e la responsabilità di andare a canestro, trovarsi davanti un'avversaria che di certo cercherà di farsi fischiare fallo per sfondamento. Ed è lì, nell'esatto istante in cui sei lucida e consapevole che - basta quel mezzo passo in più, basta un palleggio di troppo a farti carambolare addosso all'avversaria - che ti fermi alla "giusta vicinanza" e passi palla, sperando così di fare pure canestro.

Forse la chiave per vivere relazioni più sane, più consapevoli, più vere sta nel trovare ciascuno la "giusta vicinanza" che diviene
presenza senza per forza opprimere
sostegno senza per forza sostituire
condivisione senza per forza invadere
ricchezza senza per forza voler indietro
accoglienza senza per forza farsi giudice
amore senza per forza doverlo ricambiare
rispetto senza per forza divenire ferita da curare.

Forse – almeno per me – la giusta vicinanza è tutta qui. Un gesto piccolo, a volte talmente insignificante da riuscire a fare tutta la differenza nel mondo delle relazioni.
E le relazioni sono sempre più importanti dei contenuti.
E le relazioni sono tali solo quando si crea la giusta vicinanza che fa stare bene l'uno di fronte all'altro.
E le relazioni, i legami umani, forse hanno davvero bisogno del "timone della comprensione" per restare a galla durante le tempeste della vita e per tenere la rotta ottimale durante i giorni di calma piatta.
Insomma, se possibile, evitiamo il fallo di sfondamento e cerchiamo soluzioni alternative, che ci sono sempre o quasi. Che poi alla fine la partita la vince non per forza il più forte, ma chi sa rispettare la giusta vicinanza e girarla a proprio vantaggio per il bene della squadra.

Ky

"Che cosa vuole il mondo da noi?" (Keep calm, goditi il viaggio e passa il favore)

Curioso. Decisamente curioso come un pensiero possa improvvisamente materializzarsi. È successo circa 3 mesi fa, dopo il mio rientr...